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Conoscere la valle Casentino, Arezzo, Italia

La storia che è ancora in piedi

Una battaglia, due santi, e una pezza di panno arancione.

Il Casentino ha passato buona parte della sua storia fuori mano, ed è esattamente per questo che tanto di essa è ancora in piedi. Nessuno ha spianato queste colline per costruirci qualcosa di più nuovo. Ecco quattro luoghi dove si può toccare la storia con mano: un campo di battaglia, un santuario di montagna, un eremo nel bosco, e un lanificio.

Dante a Campaldino, 1289

Sotto il castello di Poppi la valle si apre in campagna, e l’11 giugno 1289 quel terreno piatto era un campo di battaglia. I guelfi di Firenze incontrarono qui, a Campaldino, i ghibellini di Arezzo, e li sbaragliarono in un pomeriggio. Nella cavalleria fiorentina, poco più che ventenne, c’era Dante Alighieri.

Non se lo dimenticò mai. Soldati, cavalli e la paura precisa di una prima battaglia tornano decenni dopo nella Commedia, e Dante manda più di un’anima casentinese all’Inferno a discutere di cosa sia successo davvero quel giorno sulla piana. Il campo si può ancora percorrere a piedi. Niente lo segna con la stessa forza del poema, ed è più o meno il punto: qui la storia non ha bisogno di un monumento, perché è ancora, semplicemente, un campo.

Francesco alla Verna, 1213 e 1224

Nel 1213 un conte locale, Orlando Cattani, donò a Francesco d’Assisi la roccia nuda della Verna, in alto sul crinale orientale, ‘per la salvezza della sua anima’ e perché gli sembrava un buon posto per pregare. Aveva ragione. Francesco continuò a tornarci, e nel settembre 1224, su una cengia di quella stessa montagna, si racconta che ricevette le stigmate: le ferite della crocifissione, nelle proprie mani e nei propri piedi.

Il santuario cresciuto intorno alla roccia è ancora una comunità francescana attiva, non un museo, e la cappella costruita sul punto è quasi sempre fredda anche ad agosto. Si può visitare la cengia stessa, il Sasso Spicco, e il bosco di faggi e abeti che i frati hanno lasciato in piedi intorno per ottocento anni.

Camaldoli e gli otto secoli di silenzio

Nel 1012 un monaco ravennate di nome Romualdo costruì un eremo nella foresta di abeti sopra l’attuale Poppi: cinque celle e una cappella, in alto e difficili da raggiungere, il che era più o meno il punto. Pochi anni dopo aggiunse più a valle un ospizio per i viandanti e i malati, e i due insieme diventarono Camaldoli, eremo e monastero, ciascuno con il proprio ritmo ancora oggi.

Quello che i monaci hanno davvero lasciato è la foresta stessa. L’hanno gestita, con alterne vicende, per mille anni, più a lungo di quasi ogni altra istituzione europea abbia gestito qualsiasi cosa, ed è gran parte del motivo per cui i boschi del Casentino sono così antichi e così integri. Il parco nazionale delle Foreste Casentinesi esiste, in sostanza, perché qualcuno ha continuato a dire no alla scure da prima che Firenze fosse una repubblica.

Stia e il panno che ha vestito una città

La lana ha fatto ricca Firenze, e buona parte di quella lana veniva rifinita qui, in Casentino, dove i torrenti veloci del Pratomagno facevano girare una gualchiera. Stia ne aveva una delle più grandi della valle, il Lanificio di Stia, e nel Novecento tesseva ancora il panno spesso, garzato e vivacemente colorato per cui la valle è conosciuta: il panno casentino, riconoscibile soprattutto nel suo arancione bruciato, anche se esiste in verde e in rosso.

Il lanificio ha chiuso negli anni Ottanta, ma il tessuto no: si trova ancora in cappotti da Firenze a Tokyo, e l’edificio del lanificio a Stia ospita oggi un museo della lana che racconta come questa valle tranquilla sia stata, per qualche secolo, uno dei motori del denaro fiorentino.

Un campo di battaglia, una stigmata, una foresta di ottocento anni e una pezza di lana arancione: niente si è spostato, e si possono visitare tutti e quattro in una sola giornata.

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